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Chi è maggiore, Gesù o il Padre?

Adi Reggio Calabria
Pubblicato da in - Investigate le Scritture ·
“Io vi lascio pace; vi dò la mia pace. Io non vi dò come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti. Avete udito che vi ho detto: ‘Io me ne vò e torno a voi’; se voi m’amaste, vi rallegrereste che io vo al Padre, perché il Padre è maggiore di me” (Giov. 14:27,28).
Sono parole pronunciate da Cristo Gesù negli ultimi minuti passati con i suoi prima di morire: Sono parole che assicurano pace ai credenti in Cristo, a differenza di ciò che può fare il mondo.
Esse fanno notare l’armonia perfetta che esiste tra Dio Padre e il Suo Figliuolo Gesù; sono parole che danno, però, adito a discussioni per quell’espressione: “Il Padre è maggiore di me”. Danno adito a discussioni e a obiezioni tra coloro che non accettano la divinità piena di Cristo, contro coloro che invece l’accettano e la proclamano. Se Gesù Cristo è Dio pienamente come il Padre, perché pronuncia quelle parole? E se le pronuncia come Dio, che significa-no? Altri brani biblici vengono in nostro aiuto per farci comprendere: “Nel principio era la Parola e la Parola era con Dio e la Parola era Dio... E la Parola è stata fatta carne ed ha abitato tra noi...” (Giov. 1:1,14); “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù, il quale essendo in forma di Dio non reputò rapina l’essere uguale a Dio (ovvero “non reputò cosa da ritenere con avidità l’essere uguale a Dio”) ma annichilì se stesso, prendendo forma di servo e divenendo simile agli uomini, ed essendo trovato nell’esteriore come un uomo, abbassò se stesso facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce” (Fil. 2:5-8).
Fu in quella Sua condizione di Dio “fatto carne”, “in forma di servo”, “come un uomo”, che pronunciò la frase: “Il Padre è maggiore di me”. Egli, appunto per redimere l’uomo, s’era fatto uomo, carne, servo e come tale poté affrontare realmente le tentazioni, i bisogni umani, le prove, le difficoltà, le sofferenze e la morte.
“Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne, anch’Egli vi ha similmente partecipato, affinché, mediante la morte, distruggesse Colui che aveva l’imperio della morte, cioè il diavolo...” (Ebr. 2:14). Soltanto come uomo, fatto di carne mortale, Cristo poteva affrontare la morte, subirla, gustarla e poi vincerla. Fu dunque nel Suo stato di uomo che si proclamò indirettamente minore del Padre.
Tutto questo insegna, prima d’ogni altra cosa, il grande amore di Cristo Gesù per ciascuno di noi, alfine di redimerci tramite la Sua incarnazione, la Sua morte e la Sua resurrezione.
Insegna, inoltre, l’umiltà di Cristo Gesù, il quale non solo s’era abbassato, ma era soddisfatto di averlo fatto, dell’essersi sottomesso volontariamente a tutte le direttive del Padre. Quell’umiltà è un grande esempio per noi che spesso siamo presuntuosi e recalcitranti, mentre la Parola di Dio dice: “Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato in Cristo Gesù...”.
Insegna infine quanto egoismo abbiamo come uomini e quanta più larghezza di vedute dovremmo avere. Rileggendo il nostro testo, infatti, notiamo che i discepoli si rattristarono quando il Signore disse: “Io me ne vo...”; invece Gesù spiega loro che amandolo, dovrebbe rallegrarsi che egli se ne vada al Padre, perché il Padre è maggiore. Vale a dire che solo così la volontà suprema di Dio si sarebbe compiuta e il piano della redenzione sarebbe stato completato per la salvezza piena di tutti i credenti.
Nel Suo abbassamento Cristo, dunque, volontariamente si è fatto minore del Padre ma poi “Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra d’ogni altro nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio... e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre”.
 

Paolo Lombardo - tratto dal periodico "Cristiani Oggi"



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