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Come mori Giuda?

Adi Reggio Calabria
Pubblicato da in - Investigate le Scritture · 6 Maggio 2016
La raccapricciante storia della morte di Giuda ha un messaggio chiaro per tutti noi.
V’è sempre una possibilità di perdono.
È un argomento molto triste, quello su cui vogliamo riflettere, ma altrettanto significativo nel suo, per quanto forte, messaggio!
Giuda, il traditore, morì suicida, essendosi impiccato: “Pensaci tu. Ed egli, lanciati i sicli nel Tempio, s’allontanò e andò ad impiccarsi” (Matteo 27:5), oppure essendosi ‘precipitato’: “Costui dunque acquistò un campo col prezzo della sua iniquità; ed essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero” (Atti 1:18)?
Le contraddizioni apparenti sono due: quella del modo della sua morte e quella relativa ai trenta sicli, che in un passo sono gettati nel tempio e nell’altro servono a comprare il campo dove Giuda si precipitò.
La spiegazione più facile, lasciando la traduzione in italiano così com’è, è che Giuda, pieno di rimorso, getta l’argento nel tempio e va ad impiccarsi, forse con la sua cintura o una corda che si rompe o si stacca ed il corpo cade in un precipizio, su delle rocce o degli arbusti che lo squarciano fino a farne spargere le interiora.
A questa conclusione giungiamo con un po’ di logica e collegando i due testi. Se poi interroghiamo alcuni studiosi, veniamo informati che il termine greco usato in Atti 1:18 per ‘precipitato”, cioè “prenes”, si può tradurre anche “caduto” o, secondo altri, “gonfiato”. Ciò che avvenne, se sono più esatti questi ultimi significati, è molto facile immaginare, anche se, ripetiamo, la storia è molto triste e sconcertante. La seconda contraddizione apparente può avere due o tre soluzioni:
A) Giuda aveva deciso l’acquisto del campo e aveva già preso contatti con il venditore, ma non lo aveva ancora pagato;
B) “Il prezzo della sua iniquità” era riferito al fatto che Giuda era ladro e che spesso rubava ciò che era nella borsa del gruppo dei discepoli essendone colui che la teneva: “Diceva così, non perché si curasse dei poveri, ma perché era ladro, e tenendo la borsa, ne portava via quel che vi si metteva dentro” (Giovanni 12:6). Nei tre anni ed oltre di ministerio di Gesù, Giuda aveva avuto il tempo di rubare il denaro necessario a comprare il campo dove poi morì.
La morte di Giuda è comunque raccapricciante. La Scrittura non riporta tali particolari storici per sadismo o altri scopi del genere.
La Parola di Dio ha sempre un messaggio per coloro che l’ascoltano e hanno “orecchio da udire”.
Essa vuoi farci comprendere in che tremenda condizione può finire chi rifiuta o addirittura “tradisce” l’Unico Salvatore che Dio ha provveduto all’umanità!
Giuda, il cui nome significa “lode”, da apostolo di Cristo finito col diventare invece una tremenda “vergogna”!
Egli era stato “chiamato” al seguito di Cristo e al servizio dell’Evangelo come gli altri apostoli, ma aveva un tarlo nel suo cuore, una forte “concupiscenza” per il danaro, era ladro (Giovanni 12:6) e trascinato da questa malefica tendenza andò ad offrire la sua collaborazione ai nemici di Cristo per darLo nelle loro mani; questi gli offrirono una somma di danaro e Giuda: “cercava il momento e il modo opportuno di tradirlo” (Matteo 26:14-16).
Passò quindi del tempo, non sappiamo esattamente quanto, ma certamente sufficiente affinché egli riflettesse abbastanza per capire la gravità del peccato che stava per commettere, del tempo affinché egli confessasse tutto a Cristo per essere liberato e aiutato.
Si fece trascinare, invece, dalla tentazione fino al punto che: ‘Satana entrò in lui” (Giovanni 13:27), quando ebbe l’ultima occasione di ravvedersi e non ne approfittò.
Quando vide che Cristo era stato condannato innocentemente: “Allora Giuda, che l’aveva tradito, vedendo che Gesù era stato condannato, si penti, e riportò i trenta sicli d’argento ai capi sacerdoti ed agli anziani, dicendo: Ho peccato, tradendo il sangue innocente” (Matteo 27:3,4), fu scosso profondamente e si “pentì”, ma non si ravvide per gridare a Dio perché avesse pietà di lui.
Aveva commesso quel peccato di “resistenza cosciente” alla grazia di Dio, definito bestemmia contro lo Spirito Santo, il peccato imperdonabile! Ecco perché giunse alla disperazione più tetra che lo condusse a quella tragica morte!
Poi ci sarà la morte seconda ancora più tremenda.
Non hanno affatto ragione i fatalisti che sostengono che doveva avvenire così perché si dovevano adempiere le profezie!
Certamente le profezie si adempiono, ma le profezie bibliche “prevedono”, non “determinano” le storie individuali, in quanto ciò cozzerebbe con il concetto di libero arbitrio! Ma questo è un altro argomento.
Quanto è diversa la storia di Pietro che cadde nel rinnegamento, ma trovò la strada del ritorno a Cristo che fu pronto a perdonarlo e a riabilitarlo!
Certo il peccato di Pietro aveva delle motivazioni ben diverse, ma gli esempi negativi della Bibbia ci portano di riflesso a quelli positivi, affinchè evitiamo categoricamente i primi per imitare, quando ne sia il caso, i secondi.
Realizziamo, se necessario, l’esperienza e le parole di Davide (Salmo 32:1-7): “Beato l’uomo a cui l’Eterno non imputa la iniquità e nel cui spirito non è frode alcuna! Mentr’io mi sono taciuto le mie ossa si sono consumate pel ruggire ch’io facevo tutto il giorno.. .Io t’ho dichiarato il mio peccato, non ho coperta la mia iniquità, lo ho detto: confesserò le mie trasgressioni allo Eterno; e tu hai perdonata l’iniquità del mio peccato. Perciò ogni uomo pio t’invochi... Tu sei il mio ricetto. . .tu mi circonderai di canti di liberazione”.

Paolo Lombardo - tratto dal periodico "Cristiani Oggi"



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