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Se con la nuova nascita tutto cambia, come mai il carattere del cristiano resta lo stesso?

Adi Reggio Calabria
Pubblicato da in - Investigate le Scritture ·

Indubbiamente con la rigenerazione o “nuova nascita” tutto diventa nuovo. Gesù stesso disse a Nicodemo, e a quanti si accostano a Lui con fede, “… In verità, in verità io ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio” (Giovanni 3:3); “Non ti meravigliare se t’ho detto: Bisogna che nasciate di nuovo” (Giovanni 3:7). E l’apostolo Paolo, ispirato dallo Spirito Santo, afferma: “Noi siam… stati con lui [Cristo, N.d.A.] seppelliti mediante il battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminassimo in novità di vita” (Romani 6:4); “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie son passate: ecco, son diventate nuove” (Il Corinzi 5:17).
 
A prima vista, questa “novità di vita” ci appare come una “morte al peccato”, ma se leggiamo attentamente tutto il capitolo 6 della lettera ai Romani, scopriamo come magistralmente lo Spirito Santo guida Paolo a dire: “… fate conto d’esser morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù” (Romani 6:11 ).
 
 
LA TEORIA DELL’ERADICAZIONE
 
La teoria dell’eradicazione del peccato dalla vita del credente è completamente estranea alla dottrina cristiana della santificazione. Per eradicazione s’intende l’estirpazione totale del male dall’essere interiore del cristiano, al punto che egli possiede soltanto la “nuova natura” ricevuta con la rigenerazione. Questo concetto si fonda principalmente su una interpretazione superficiale del seguente testo biblico: “Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il seme d’Esso [Dio, N.d.A. ]dimora in lui; e non può peccare perché è nato da Dio” (I Gio­vanni 3:9). Se questo versetto si interpreta come una “impossibilità” del credente a peccare, allora non potremmo spiegare tanti altri passi del Nuovo Testamento, anzi molti versetti della stessa epistola di Giovanni apostolo rimarrebbero oscuri. Eccone alcuni: “… se camminiamo nella luce, com’Egli è nella luce, abbiam comunione l’uno con l’altro, e il san­gue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato” (I Giovanni 1:7). Basta continuare a leggere i testi seguenti per vedere la necessità di con­fessare a Dio i nostri peccati: “Se diciamo di non aver peccato, lo faccia­mo bugiardo, e la sua parola non è in noi” (I Giovanni 1:10), per ren­dersi conto che purtroppo esiste la possibilità di peccare. Al capitolo 3, sempre della prima lettera di Giovanni, si parla di purificarci “… com’esso [Dio, N.d.A.] è puro” (I Giovanni 3:3) e che per non peccare bisogna dimorare in Dio (cfr. v. 6). D’altra parte, l’esperienza del credente dimostra praticamente la continua opposizione del­la “vecchia natura” alla “nuova”.
 
Il testo di I Giovanni 3:9 può esser reso meglio con: “Chiunque è na­to da Dio non pratica il peccato, perché il seme d’Esso dimora in lui e non può praticare il peccato perché è nato da Dio” oppure, come tradu­ce la Versione Nuova Riveduta, “Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio”.
 
Infatti, il verbo originale, tradotto “commettere”, ha una forma molto ampia e può essere anche reso: dimorare, esercitare, adempiere, praticare.
 
 
LA DUPLICE PRESENZA
 
Se la teoria della “eradicazione” è contraria sia alla Sacra Scrittura sia alla logica, allora dobbiamo ammettere che la nuova natura “coabiti” con la “vecchia”. Infatti, l’esortazione generale della Parola di Dio rende evidente questa triste realtà. Ad esempio, in I Corinzi 3:1 si parla dell’individuo “spirituale”, cioè il “rigenerato” ripieno dello Spirito Santo e che “cammina per lo Spirito” in piena comunione con Dio, e del “carnale”, cioè il “rigenerato” che cammina seguendo le passioni, manifestando immaturità ed intemperanze come un bambino (cfr. l Corinzi 3:2, 3).
 
Si parla ancora di spogliarsi “… del vecchio uomo [la vecchia natura, N.d.A.] che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici; ad essere invece rinnovati nello spirito della vostra mente, e a rivestire l’uomo nuovo che è creato all’immagine di Dio …” (Efesini 4:22-24).
 
C’è l’esortazione importantissima e fondamentale ad acquistare il carattere ed il sentimento dì Cristo, favorendo lo sviluppo del “… frutto dello Spirito …” (Galati 5:22) e contrastando “… i desideri della carne” (Galati 5:16). Dove il termine “carne” è utilizzato non in senso proprio, per indicare il corpo, ma per i desideri e le passioni umane.
 
 
 
 
 
IL MODELLO DELLA PERFEZIONE
 
Nella lettera di Paolo apostolo ai Galati troviamo l’elenco delle caratteristiche della personalità di Gesù, definito “il frutto dello Spirito”, presentato come un grappolo di virtù sante e preziose, manifestate dal carattere del Salvatore. Il confronto è reso ancora più stridente dall’elenco delle “… opere della carne …” (Galati 5:19).
 
Da un’analisi attenta risulterà che tutte le passioni umane non sono altro che “forme patologiche” delle virtù del carattere umano, rinnovato da Cristo mediante l’azione dello Spirito Santo. Infatti, cosa sono la gelosia e l’invidia se non una forma esasperata e squilibrata dell’amore? E l’idolatria e la fornicazione, le stregonerie, le dissolutezze e l’impurità non sono forse manifestazioni di infedeltà verso il Signore, il prossimo e sé stessi? L’ubriachezza e le gozzoviglie non sono manifestazioni opposte alla temperanza? L’ira non è opposta alla longanimità e alla dolcezza? Le discordie, l’inimicizia non sono opposte alla pace, e le contese, le lotte e le divisioni opposte alla benignità? Queste tendenze della “carne” esprimono tremendi stati morbosi della personalità umana, che la società ha cercato di curare con norme morali e con tabù religiosi, ma che, invece, Dio ha debellato con l’opera perfetta di Cristo alla croce, cura definitiva attuata con l’intervento dello Spirito Santo in noi.
 
 
TENTATIVI Dl SOLUZIONE
 
Non potendo curare la causa, il mondo civile ha cercato di placarne gli effetti più vistosi. I rimedi che ha usato ed usa sono di carattere diverso: l’istruzione, l’educazione, la religione. Elementi certamente necessari e fondamentali per ogni società, ma queste ed altre cure non risolvono il problema alla radice. L’istruzione ci può rivelare l’inutilità di certe manifestazioni. L’educazione ci può insegnare un comportamento garbato e di buone maniere. La religione può indicarci dei modelli morali da prendere ad esempio. Ma tutto rimane a livello esteriore. È come se qualcuno cercasse di addomesticare uno scimpanzé insegnandogli a vestirsi e a camminare su due zampe: quando non sarà controllato dal suo padrone, tornerà a girare svestito e su quattro zampe. Al nostro carattere umano decaduto non basta un buon esempio, occorre qualcosa di più. Occorre una “nuova natura” che riesca a tenere soffocata la nostra “vecchia natura”. Soltanto lo Spirito di Dio può compiere questa azione, quando “… contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore, siamo trasformati nell’istessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore, che è Spirito” (II Corinzi 3:18).
 
Questo intervento autorevole dello Spirito Santo richiede la collaborazione del credente. Non a caso, mentre per le manifestazioni carismatiche si parla di doni dello Spirito Santo, nel caso della trasformazione del carattere del credente si parla del “frutto dello Spirito”.
 
Un frutto è il risultato di una crescita e di un’azione progressive, con il concorso di tanti elementi insostituibili come il tempo, il sole, la pioggia, le stagioni, ecc,. Così il cristiano, con la nuova nascita, entra potenzialmente in possesso della capacità di portare “frutto”, “molto frutto” e “frutto permanente” (cfr. Giovanni 15:5, 16), ma occorre il tempo e tante altre esperienze perché il frutto dello Spirito si sviluppi e maturi.
 
 
L’OPERA DELLA SANTIFICAZIONE
 
Un’idea della vecchia e della nuova natura che coesistono può ben essere esemplificata dall’innesto compiuto dagli agricoltori. Se su una pianta selvatica si innesta un ramoscello di una pianta che produce buoni frutti, come quest’ultima attecchisce utilizzerà la linfa e la vitalità della pianta selvatica per crescere, fiorire e produrre il buon frutto. Così è del credente nel quale, mediante la grazia, è stata innestata la “vita nuova” in Cristo. Egli utilizzerà le energie del suo carattere “… come strumenti di giustizia a Dio” (Romani 6:13).
 
Il pericolo è che il selvatico germogli ancora ed indebolisca quanto è stato innestato, cosicché il ramo buono non riesca a produrre il suo buon frutto. L’agricoltore attento continuerà a togliere via i germogli selvatici.
 
Il Sommo Vignaiolo rimuove ogni ramo che non porta frutto e, invece, quello “… che dà frutto, lo rimonda affinché ne dia di più” (Giovanni 15:2).
 
Ecco il segreto: permettere al Signore di togliere ogni propaggine sterile della “vecchia natura”, allora la “nuova natura” potrà manifestarsi in tutta la propria forza e bellezza.
 
Occorre persistenza, perseveranza e disciplina per lasciare allo Spirito Santo la possibilità di trasformarci alla stessa immagine di Gesù. Perché il Signore stesso ha detto: “… Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto …” (Giovanni 15:5).
 
 
Tratto da “A domanda risponde”, Francesco Toppi – edito ADI-MEDIA
 



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