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Sorrisi

Adi Reggio Calabria
Pubblicato da in - Riflessioni Bibliche ·
SORRISI

Qualche tempo fa uno dei più importanti quotidiani a carattere nazionale titolava così: “Una risata vi guarirà”. L’articolo proponeva la risata come terapia a diverse malattie illustrandone dettagliatamente i numerosi effetti benefici. Addirittura sembra sia nata una nuova scienza, la psico-neuro-endocrino-immunologia che è riuscita a dimostrare che ridere aumenta le difese immunitarie, attenua il dolore e favorisce la circolazione sanguigna. Una risata avrebbe effetti positivi su tutto il corpo, compresi cuore e polmoni, sarebbe capace di distendere i muscoli e rimettere in funzione fegato e intestino. Ridere inoltre scarica l’aggressività e allontana l’ansia dovuta a situazioni spiacevoli. Alla luce di quanto detto e dalla lettura superficiale dei versetti biblici che prenderemo in esame sembrerebbe proprio che Abramo dal medico o dal farmacista non ci sia mai andato. Abramo rise, rise Sara, rideva la serva Agar e lo stesso faceva Ismaele. Un uomo che ha un figlio che si chiama “risata” (Isacco) potrà mai essere schiacciato dai problemi che la vita presenta indistintamente a tutti gli uomini? Eppure da un esame più oculato delle Scritture ci sembra di capire che pure la famiglia del patriarca conobbe la risata, come tante altre famiglie oggi, non come rimedio alla malattia bensì come indice di patologia. Rimaniamo sbigottiti quando apprendiamo dai media di alcune tragedie familiari e puntualmente siamo confusi dal coro del vicinato che canta all’unisono: “Era una famiglia serena”. La Scrittura afferma, per esempio, che dietro una maschera di felicità si potrebbe a volte celare una situazione di generale malessere perché “anche ridendo, il cuore può essere triste” (Prov. 14:13 - NR)! C’è tra l’altro una risata che contraddistingue tutti coloro che mancano di saggezza, tanto è vero che “se un savio viene a contesa con uno stolto, quello va in collera e ride, e non c'è da intendersi” (Prov. 29:9). Proviamo dunque ad esaminare la risata di ogni singolo membro di questa famiglia, per scoprire quel che non va, e che a volte nascondiamo in casa nostra o forse dentro la più grande famiglia, quella della chiesa.

Abramo:la risata del rassegnato (Genesi 17:15-19)
Davanti al comando del Signore di chiamare la moglie “principessa”, unito alla promessa che sarebbe diventata “nazioni” e che “re di popoli usciranno da lei”, Abramo si prostrò con la faccia a terra e rise. Sembra apparentemente che il vero motivo che spinse il padre della fede a reagire così fu l’incredulità: "Nascerà un figlio a un uomo di cent'anni? E Sara partorirà ora che ha novant'anni?" (v. 17 - NR). Sicuramente non possiamo scartare questa spiegazione, pur ammettendo che al posto suo probabilmente non saremmo stati degli eroi. Da una lettura più attenta del testo ci sembra però di capire che la vera motivazione che spinse Abramo a ridere è da ricercarsi in quel che dice il versetto 18: “Abramo disse a Dio: ‘Di grazia, viva Ismaele nel tuo cospetto!’". Un’altra versione recita: "Oh, possa almeno Ismaele vivere davanti a te!". Quella d’Abramo sembra perciò più verosimilmente la risata di chi, dopo tante speranze deluse e dopo innumerevoli preghiere apparentemente inesaudite, si lascia andare, facendo naufragare la propria fiducia in Dio nella proverbiale affermazione: “Chi s’accontenta gode, dammi almeno questo”. Altro che humorterapia. Quanti sorrisi stampati sul volto di credenti e non, profondamente delusi, feriti e rassegnati, che hanno fatto del mitico “tiriamo a campà”, il motto della loro vita. A questa categoria di persone la Parola del Signore s’impone con un solenne: “No” (v.19). Si parla spesso dei “no” di Dio come manifestazioni del Suo amore per farci evitare spiacevoli esperienze, e per darci alla fine al di la di quel che chiedevamo e immaginavamo. È altresì interessante notare come in questo
episodio biblico il Suo “no” non è un rifiuto quanto piuttosto un incoraggiamento a continuare ad aver fede e non mollare.

Sara:la risata dell’impaziente (Genesi 18:9-15)
Il testo biblico che ci presenta la risata di Sara ruota intorno
ad un argomento fondamentale: il tempo. Alla base della promessa che il Signore rinnova ad Abramo riguardo a Sara (v.10), c’è proprio quest’importante aspetto. Non la promessa di una benedizione generica a tempo indeterminato, bensì una parola precisa: "Tornerò certamente da te fra un anno; ed ecco, Sara tua moglie avrà un figliuolo". È vero che molto probabilmente Sara, come pure il marito, non avevano ancora compreso la natura dell’”Angelo” che parlava loro, ma è pur vero che l’Interlocutore celeste, che Sara stava ascoltando dall’ingresso della tenda, non stava dicendo semplicemente: “Aspettiamo il Signore” oppure “Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo”; c’era una data precisa alla quale la pur piccola fede della donna si sarebbe potuta aggrappare e crescere. “Sarà vero? E se succede veramente?”. Sara invece rise, contrapponendo al tempo di Dio considerazioni puramente personali che facevano riferimento al suo tempo: “Vecchia come sono” e “il mio signore è vecchio” (v. 12). È Dio stesso a confermare il vero motivo che spinse Sara a ridere: “E l'Eterno disse ad Abrahamo: ‘Perché mai ha riso Sara, dicendo: Partorirei io per davvero, vecchia come sono?’” (v. 13). Quante volte col nostro sorriso confessiamo che, nonostante le promesse del Signore, non abbiamo più la forza e la voglia d’aspettare…. Non stiamo parlando dell’impazienza che spinge ad agire frettolosamente, quanto piuttosto di quella che appare sotto un’altra forma quasi sempre mista ad un eccessivo individualismo. È quell’impazienza che davanti alla realtà delle cose si rifiuta, è stanca e non vuole stare ancora in silenzio davanti all’Eterno per attendere ch’Egli intervenga. Dire come Sara: “Vecchia come sono”, è cosa sempre utile per non dimenticare mai l’importante lezione di guardarsi allo specchio, ma è un problema quando, estremizzando il concetto, si perde di vista il Signore. Al lettore impaziente la risposta, come lo fu per Sara, è: “V'ha egli cosa che sia troppo difficile per l'Eterno?” (v.14) oppure, come dice un’altra versione, di troppo “meraviglioso” per l’Eterno?

Agar: la risata del superbo (Genesi 16:3-9)
“ … Agar … rimase incinta; e quando s'accorse ch'era incinta, guardò
la sua padrona con disprezzo” (16:4). Non è detto chiaramente che Agar rise ma tutti conoscono i lineamenti di uno sguardo sprezzante, di quella risatina che ti vuol dire: “Fatti più in la che sono meglio di te”. Tutto il problema di Agar era racchiuso in quel “quando s’accorse
ch’era incinta”. In altre parole quando s’accorse che lei aveva e
Sara no, che lei era riuscita a dare ad Abramo quello che non gli
aveva potuto dare Sara, allora …. Il risultato? Alzò la cresta e
dimenticò chi era! Per questo motivo Sarà la trattò così duramente
che ella fuggì da lei. Il termine che viene usato per “duramente” è lo stesso di quello usato per descrivere più tardi la schiavitù del popolo d’Israele in Egitto. Ora il Signore trovò Agar nel deserto e ci saremmo aspettati davanti a tanta “crudeltà” subita, soltanto parole di consolazione. La prima cosa invece che il Signore compì fu proprio quella di ricordarle le proprie origini: "Agar, serva di Sarai, donde vieni? e dove vai?" (16:8). “E l'angelo dell'Eterno le disse: ‘Torna alla tua padrona, e umiliati sotto la sua mano’" (16:9). Il nostro Dio non assomiglia per niente a quelle persone credenti e non, poco sagge, che invece di essere fabbricanti di pace, indirizzando sulla via dell’umiltà e della sottomissione, esercitano il cattivo mestiere d’istigatori. Quanto è confortante sapere che l’Iddio che serviamo, pur consolandoci, che ci piaccia o meno, ci dice sempre la verità. Quest’aspetto della vita di Agar, che pur essendo serva, faceva parte della famiglia d’Abramo, dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti i credenti contro il pericolo dell’imborghesimento, che ci potrebbe
far dimenticare che siamo solo dei peccatori salvati per grazia.

Ismaele: la risata dell’autosufficiente (Genesi 21:8-10)
“E Sara vide che il figliuolo partorito ad Abrahamo da Agar, l'egiziana, rideva” (v. 9). È il caso di dire “tale mamma tale figlio”. L’episodio avvenne durante un convito preparato da Abramo nel giorno in cui Isacco fu divezzato. La risata d’Ismaele risiedeva molto probabilmente nella convinzione d’avere comunque un posto di preminenza nella casa d’Abramo, il che lo autorizzava a farsi una risata dell’”antagonista”. Anche questo tipo di risata è patologica. È la malattia di chi si sente tanto sicuro di sé al punto di convincersi di essere “unico”. È la sindrome di quelli che si sentono “dentro una botte di ferro”, di quanti dicono: “Io mi son fatto da solo”, ai quali dovremmo rispondere: “E stai continuando a farti da solo … del male!”. È la stolta convinzione di chi pensa: “A me non succederà mai”. Come credenti vogliamo continuare invece a confidare in Colui ch’è il solo potente da farci stare in piè (Rom. 14:4).

La vera allegrezza (Genesi 21:1-7)
“Sara disse: ‘Dio mi ha dato di che ridere; chiunque l'udrà riderà con me’" (v. 6 - NR). Senza voler essere per nulla polemici con il giornalista che ci proponeva la risata come antidoto ai mali della vita, ci sembra di capire dalla Scrittura che la vera “risata che ci guarirà” non è quella presentata come rimedio, nemmeno quella patologica che abbiamo considerato. Quella spontanea, genuina, è semplicemente la conseguenza dell’allegrezza prodotta dalla presenza e dall’opera di Dio nella nostra vita. Non ha niente a che fare con il cabaret o con alcune manifestazioni date per “spirituali”. È la condizione di chi ha trovato nel Signore la Fonte di ogni felicità, l’Autore di ogni capolavoro di grazia, il Benefattore di ogni dono celeste. “Iddio m’ha dato di che ridere”, disse Sara. Non sono solamente le parole di una persona in cui
meraviglia, stupore e incontenibile gioia si fondono armoniosamente, ma anche di chi ha riscoperto che soltanto il Signore ci può far ridere di vera allegrezza. L’allegrezza è parte del frutto dello Spirito (Gal. 5:22). Quell’allegrezza farà dire all’apostolo Paolo in prigione: “Rallegratevi del continuo nel Signore. Da capo dico: Rallegratevi” (Filipp. 4:4). Se di questo tipo di allegrezza abbiamo bisogno e non di maschere di felicità, possiamo rivolgerci a Colui che dice: “Io sono l'Eterno che ti guarisco” (Esodo 15:26).

Enzo Labate





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